Iraq

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Iraq
Iraq - Bandiera
Iraq - Stemma
(dettagli)
Motto: Allāh Akbar "Dio è grande"

Generalità
Nome completo: Iraq
Nome ufficiale: جمهوريّة العراق
Al-Jumhūriyya al-ˁIrāqiyya (Repubblica Irachena)
Lingue ufficiali: arabo, curdo
Capitale: Baghdad  (5 772 000 ab. / 2003)
Politica
Forma di governo:
Capo di stato: Jalāl Tālabānī
Capo di governo: Nūrī al-Mālikī
Indipendenza: Dal Regno Unito nel 1932


Ingresso nell'ONU: 21 dicembre 1945 1
Superficie
Totale: 437 072 km²  (57º)
 % delle acque: trascurabile
Popolazione
Totale (2005): 27 102 912 ab.  (44º)
Densità: 62 ab./km²  
Geografia
Continente: Asia
Fuso orario: UTC +3
Economia
Valuta: Dīnār iracheno
PIL procapite (PPA)  (2005): 3 400 $  (121º)
Energia:
Varie
TLD: .iq
Prefisso tel.: +964
Sigla autom.: IRQ
Inno nazionale: Il vecchio inno Arḍ al-Furātayni Waṭan (La terra dei due Eufrate è la Patria) è stato sostituito, dopo l'invasione anglo-americana, da Mawtini (Patria mia)
Festa nazionale:

1È uno dei 51 Stati che hanno dato vita all’ONU nel 1945.
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(Guida alla compilazione della tabella)

L'Iraq (talvolta anche Irak per via della traslitterazione francese) è uno stato dell'Asia. Confina con Turchia a nord, Arabia Saudita e Kuwait a sud, Siria a nordovest, Giordania a ovest e Iran verso est. Discende dall'antica Mesopotamia, la "terra dei due fiumi" (Bilād al-Rafidayn in arabo), mentre il nome attuale viene dal persiano eraq, ossia "terre basse" (in contrapposizione all'altopiano iraniano). La capitale e città più grande è Baghdad. Il presidente è stato per circa 25 anni Saddam Husayn. Dal 9 aprile 2003 l'Iraq è stato un protettorato militare americano e dal gennaio 2005 un governo locale di transizione ha amministrato il Paese fino all'esecuzione di Saddam Husayn. Possiede le terze riserve di petrolio mondiali.

Indice

[modifica] Geografia

Per approfondire, vedi la voce Geografia dell'Iraq.

[modifica] Morfologia

Le catene montuose nord-orientali lasciano il passo alla pianura fluviale per terminare a sud-ovest nel deserto.

[modifica] Idrografia

L'Iraq odierno corrisponde in gran parte all'antica Mesopotamia, la "terra dei due fiumi", ossia l'Eufrate e il Tigri, che scorrono da nord a sud, unendosi prima di sfociare nel Golfo Persico.

[modifica] Clima

Il clima iracheno è continentale. Gli inverni sono miti, a parte che nelle montagne più alte del nord del Paese, dove essi sono abbastanza rigidi. Le estati sono caldissime, le temperature in questa stagione sono tra le più elevate al mondo, poiché superano costantemente i 43°C, con punte di 51 - 52°C, soprattutto nella pianura mesopotamica.

[modifica] Popolazione

Popolazione in migliaia. Dati FAOSTAT 2004

Nel 1977 furono censiti 12 000 497 di abitanti. Nel 1990 la popolazione censita era di 17 754 000 unità. Nel luglio 2006 la popolazione era di 26 783 383 abitanti. Le continue guerre degli ultimi 30 anni (largamente coincidenti con il regime di Saddam Hussein) hanno provocato una forte emigrazione, che non si è ancora arrestata.

[modifica] Etnie

L'etnia maggioritaria (75-80%) è quella degli arabi, che include anche i discendenti arabizzati di varie antiche etnie autoctone. L'etnia minoritaria (22-25%) è quella dei curdi, insediati soprattutto nel nord e nord-est. Esiste anche una piccola minoranza di turcomanni (2-3%).

Diversità etnico-religiosa in Iraq

[modifica] Lingue

La lingua araba, di natura semitica, prevale sulla lingua curda, di struttura indo-europea, assai vicina al farsi.

[modifica] Religioni

Gli iracheni sono quasi tutti musulmani (97%). Sia gli arabi che i curdi contano anche una piccola minoranza di cristiani (rispettivamente: chiesa caldea e chiesa assira), mentre nel sud alcuni villaggi sono mandei. Esiste anche una piccola minoranza di yezidi. Gli arabi musulmani si dividono però tra sunniti (come quasi tutti i curdi e i turcomanni, in totale 42%) e sciiti (55%).

[modifica] Storia

Per approfondire, vedi la voce Storia dell'Iraq.

[modifica] Antichità

L'area fertile della Mesopotamia, situata fra i fiumi Eufrate e del Tigri, ha visto nascere alcune delle civiltà più antiche del mondo come i Sumeri, i Babilonesi e gli Assiri. Fu poi a lungo parte dell'Impero persiano - sia achemenide, partico e sasanide - che lo contese con successo all'Impero romano, prima unito e poi d'Oriente. Fu cristianizzato già nel III secolo, mentre il resto dell'impero persiano aderiva alla religione di Zoroastro.

[modifica] Umma

Nel 656 l'odierno Iraq venne conquistato dagli arabi, che introdussero l'Islam e lo governarono da Damasco, oggi in Siria. Nel 762 il califfato fu spostato dalla nuova dinastia abbaside nella nuova città di Baghdad (vicino all'antica Babilonia), che rimase a lungo il centro più importante del mondo arabo.

Questo governo fu distrutto nel 1258 dai Mongoli guidati dal cristiano Hülegü; i Mongoli invasero di nuovo l'Iraq nel 1401 sotto Tamerlano, musulmano, che lo governò da Samarcanda, come i suoi discendenti.

Dall'inizio del XVI secolo l'Iraq fu invece conteso tra l'Impero persiano, retto dalla dinastia sciita dei Safavidi (azeri di lingua e cultura), e il sunnita Impero Ottomano, fin quando quest'ultimo lo incorporò definitivamente nel 1638 (Trattato di Qasr-e Shirin).

[modifica] Indipendenza

Al termine del I conflitto mondiale, truppe britanniche occuparono l'odierno Iraq (fino ad allora provincia ottomana) e lo dichiararono indipendente il 1 ottobre 1919. Ai curdi, ai quali pure era stato promesso un proprio stato, non fu consentito di istituirlo. Il 25 aprile 1920 Londra ricevette un mandato dalla Società delle Nazioni che ebbe fine il 3 ottobre 1932, quando l'Iraq ottenne una maggiore indipendenza, tuttavia ancora limitata sotto alcuni aspetti militari ed economici. La monarchia fu rovesciata una prima volta nel 1941 da un colpo di stato sostenuto dalla Germania nazista e perciò represso dai britannici: i combattimenti fecero un migliaio di morti.

Cessata la tutela britannica alla fine della seconda guerra mondiale, la monarchia perseguì una linea filo-occidentale, ma il 14 luglio 1958 un secondo colpo di stato, attuato dal Comitato degli Ufficiali Liberi guidati dal generale Abd al-Karim Qāsim (Kassem), istituì la repubblica giustiziando la famiglia reale e i suoi notabili e perseguendo una linea nazionalista e neutralista. L'8 febbraio 1963 un terzo colpo di stato uccide Kassem e porta al potere il Baʿth, partito di ispirazione socialista e panaraba, e quindi sostenuto dall'Egitto di Nasser, segnando l'inizio della carriera politica di Saddam Hussein. Tuttavia, un quarto colpo di stato lo rovescia già il 18 novembre 1963, ad opera del colonnello Abd al-Salam Arif, braccio destro di Kassem, e dopo la morte di questi del fratello maresciallo Abd al-Rahman Arif. Il 17 luglio 1968 un quinto colpo di stato riporta al potere il Ba'th, guidato dal generale Ahmed Hassan al-Bakr, cugino di Saddam Hussein.

In tutto questo ventennio postbellico i rapporti con la minoranza curda sono segnati da cicli di insurrezioni, cessate il fuoco, accordi politici, mancata applicazione degli stessi.

[modifica] Regime Baath

Preso il potere, il Baʿth ha instaurato un controllo molto stretto sulle istituzioni e sulla società irachena, in direzione panarabica e socialista anziché nazionalista, appoggiandosi preferibilmente sugli arabi sunniti, soprattutto dopo la presa del potere da parte di Saddam Hussein nel 1979, che però abbandonerà subito l'ispirazione socialista e filo-sovietica e, negli ultimi anni del regime, anche quella panarabica e persino, nel 2003, quella laica.

Il 1 giugno 1972 il governo nazionalizza l'industria petrolifera: questa decisione avrà un ruolo chiave nelle successive decisioni dell'OPEC. Un merito che va riconosciuto al governo repubblicano iracheno è un forte impegno nella modernizzazione del Paese con il riconoscimento di numerosi diritti civili alle donne e l'instaurazione di un potere laico.

Nel 1980 gli Stati Uniti e i paesi NATO appoggiarono con aiuti economici e militari la volontà dell'Iraq (che aveva rivendicazioni territoriali) a scendere in guerra il 22 settembre contro l'Iran (dove una rivoluzione fondamentalista islamica aveva rovesciato la monarchia); al termine (8 agosto 1988) della guerra, però, non ci furono né vincitori né vinti.

[modifica] Prima guerra del Golfo (1990-1991)

Per approfondire, vedi la voce Guerra del Golfo.

Il 2 agosto 1990 l'Iraq occupò il Kuwait, accampando rivendicazioni territoriali ma soprattutto per ragioni economiche. Ne seguì il 17 gennaio 1991 la invasione da parte di una coalizione internazionale, che agiva su mandato delle Nazioni Unite, e che si concluse il 28 febbraio, seguita il 3 aprile dal cessate il fuoco definitivo fissato dalla risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza dell'ONU. In seguito a ciò l'Iraq è stato isolato internazionalmente fino all'anno 2003, in cui ha inizio la Seconda guerra del golfo.

La sovranità dell’Iraq venne sottoposta a serie limitazioni. Infatti, oltre all’imposizione della "no-fly zone", il regime di Baghdad venne costretto a concedere un’ampia autonomia ai distretti curdi e a riconoscere il tracciato dei confini con il Kuwait. A ciò si aggiunsero misure di disarmo (di cui fu incaricata l’UNSCOM, Commissione speciale delle Nazioni Unite, con l’ausilio dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) e restrizioni nella vendita di petrolio, una cospicua parte della quale venne destinata a ripagare i danni inflitti al Kuwait.

[modifica] Tra due guerre (1992-2002)

Nel 1992 il rifiuto di concedere l’accesso agli ispettori dell’UNSCOM causò la proclamazione da parte dell’ONU di un rigido embargo economico, i cui effetti si rivelarono devastanti soprattutto per la popolazione civile. L’economia nazionale irachena, già pesantemente segnata dai due ultimi conflitti, giunse infatti quasi al collasso, mentre fiorì il mercato nero controllato dal regime.

Nell’ottobre 1994 un nuovo spostamento di truppe irachene al confine con il Kuwait spinse gli Stati Uniti a inviare nella regione un proprio contingente militare. Il regime di Baghdad annunciò il ritiro dall’area e riconobbe la sovranità del Kuwait il 10 novembre dello stesso anno, in conformità alle risoluzioni dell’ONU. Ciò non fu ritenuto sufficiente dagli Stati Uniti per rimuovere l’embargo, nonostante il parere favorevole di altri paesi occidentali.

Di fronte alla crisi umanitaria causata dall’embargo, nel 1995 l’ONU attenuò le sanzioni, avviando con la risoluzione 986 il programma "Oil for Food" ("petrolio in cambio di cibo"), che autorizzava l’Iraq a esportare due miliardi di dollari di greggio al semestre per l’acquisto di viveri e medicinali. Temendo che il regime iracheno potesse usare il programma per approvvigionarsi di materiale di uso bellico, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna frapposero tuttavia molti ostacoli alla sua applicazione.

Nonostante l’isolamento internazionale, Saddam Hussein riuscì a rimanere saldamente in sella e nell’ottobre del 1995 un plebiscito gli conferì un nuovo mandato presidenziale di sette anni. All’interno del regime e della stessa famiglia di Saddam Hussein si verificarono tuttavia contrasti e defezioni, affrontati dal dittatore con metodi spicci e brutali. Il caso più clamoroso fu la fuga in Giordania del generale Kāmel Ḥasan al-Majīd e di suo fratello, entrambi generi di Saddam Hussein; inspiegabilmente tornati in patria, vennero assassinati pochi giorni dopo il rientro.

Nel 1997 riprese lo scontro tra Saddam Hussein e l'amministrazione statunitense, causato dagli ostacoli frapposti dalle autorità irachene ai controlli dell'UNSCOM. L’Iraq contestò sia la composizione della commissione, a suo dire troppo caratterizzata dalla presenza di statunitensi, sia la sua richiesta di accedere a determinati siti (cosiddetti "presidenziali"), dove l’UNSCOM riteneva potessero essere celati piani di armamento. Verso la fine dell’anno il contrasto fu appianato grazie alla mediazione della Russia, in seguito alla quale Saddam Hussein accettò la ripresa dei controlli.

Una nuova crisi con gli Stati Uniti, che minacciarono di ricorrere nuovamente alla forza contro il regime iracheno, fu risolta in extremis nel dicembre 1998 dall’intervento personale del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ottenne la ripresa delle ispezioni a patto di una revisione sostanziale delle misure alle quali l’Iraq era sottoposto. Nonostante quest’ultimo accordo, la questione rimase irrisolta. Agli inizi del 1999 gli aerei statunitensi e britannici ripresero le incursioni sul territorio iracheno.

Dopo il fallimento della missione UNSCOM, i rapporti tra le autorità irachene e l’ONU proseguirono, senza tuttavia pervenire a risultati apprezzabili. La nuova missione istituita dall’ONU (UNMOVIC, Commissione per il monitoraggio, la verifica e l’ispezione degli armamenti iracheni) non ottenne infatti l’autorizzazione del governo iracheno, che chiese prioritariamente la rimozione degli ostacoli frapposti dalle autorità statunitensi e britanniche al funzionamento del programma "Oil for Food". Nel febbraio del 2001 la tensione tornò improvvisamente a salire in seguito all’attacco compiuto da 24 bombardieri statunitensi e britannici contro alcune postazioni radar alla periferia di Baghdad. L’incursione sollevò le proteste della maggioranza dei paesi arabi e fu criticata anche da numerosi esponenti dei governi europei, in particolare in Francia e in Germania.

Dopo l’attacco terroristico subito dagli Stati Uniti l'11 settembre 2001 (vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001) e la successiva campagna militare Enduring Freedom (libertà duratura) che abbatté il regime afghano dei Talebani, l’Iraq tornò nel mirino degli Stati Uniti; il governo di Washington accusò infatti il regime iracheno di produrre armi di distruzione di massa e di collaborare con l'organizzazione terroristica al-Qa'ida, violando le risoluzioni dell’ONU.

Le aviazioni statunitense e britannica ripresero gli attacchi aerei contro obiettivi strategici e militari iracheni, preparando il terreno per un nuovo intervento militare. Nel luglio 2002, nel tentativo di scongiurare il conflitto, si svolse a Vienna un incontro tra il ministro degli esteri iracheno e il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per discutere la ripresa dei controlli dell’UNMOVIC, senza tuttavia pervenire a un accordo. In seguito all’intensificarsi degli attacchi aerei e all’esplicita minaccia degli Stati Uniti di scatenare una nuova guerra, a settembre l’Iraq consentì la ripresa delle ispezioni dell’ONU.

Il presidente statunitense George W. Bush, scettico nei confronti dell’accordo, chiese una nuova risoluzione dell’ONU che autorizzasse un nuovo intervento militare contro il regime di Saddam Hussein; la richiesta di Washington fu tuttavia accolta solo da pochi paesi e da un solo altro membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Gran Bretagna. Il 1º ottobre, messo alle strette, l’Iraq firmò l’accordo per la ripresa delle ispezioni, aprendola incondizionatamente a tutto il territorio nazionale iracheno. Nell’autunno 2002 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna iniziarono ad ammassare forze in Kuwait, mentre diverse portaerei presero posizione nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale.

Accogliendo le richieste statunitensi, l’8 novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU promulgò la risoluzione 1441, richiamando il governo iracheno al rispetto degli impegni di disarmo sottoscritti con il cessate il fuoco del 1991; per l’opposizione di Francia, Russia e Cina, il Consiglio di sicurezza non autorizzò tuttavia il ricorso automatico alla forza, limitandosi a minacciare "serie conseguenze" qualora l’Iraq non avesse soddisfatto le richieste. Nonostante la ripresa dei sopralluoghi degli ispettori dell’ONU e della distruzione degli arsenali iracheni, gli Stati Uniti sollecitarono una nuova risoluzione che li autorizzasse all’uso della forza contro l’Iraq. La richiesta venne sostenuta dalla sola Gran Bretagna, ma, corredata di prove incerte (che in seguito si sarebbero rivelate del tutto infondate se non addirittura create ad arte), non trovò il sostegno degli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza e cioè di Francia, Russia e Cina, che invece la respinsero. Divenne infatti celebre l'immagine dell'allora segretario di stato USA Colin Powell, quando il 5 febbraio 2003 mostrò in una riunione ONU una fiala contenente Antrace, a sostegno della necessità di intervento data la capacità dell'Iraq, poi rivelatasi falsa, di produrre tale sostanza come arma batteriologica tramite laboratori mobili. Secondo i governi di Washington e Londra, la guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein era però inevitabile, per contrastare il terrorismo e le strategie di riarmo di altri dittatori e per prevenire, quindi, più sanguinosi conflitti.

[modifica] Seconda guerra del Golfo (2003)

Per approfondire, vedi la voce Seconda guerra del Golfo.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sollevarono così un'aspra controversia, che divise la diplomazia internazionale indebolendo il ruolo dell’ONU. Poi, il 19 marzo 2003, pur trovandosi contro il segretario Kofi Annan e gli altri membri del Consiglio di Sicurezza, la gran parte degli stati e delle opinioni pubbliche, nonché le principali autorità religiose internazionali, lanciarono l’attacco contro l’Iraq. A sostenerli si schierarono una trentina di paesi, tra cui la Spagna, l’Australia, la Danimarca, i Paesi Bassi. Molti di essi fornirono solo un sostegno politico; altri, tra cui l'Italia, non presero parte all’offensiva ma permisero il movimento delle armate della coalizione di stanza sul proprio territorio e inviarono truppe in un secondo momento, con funzioni di stabilizzazione e di aiuto alla ricostruzione. La Francia, la Germania, la Russia e la Cina criticarono apertamente la scelta bellica compiuta da Stati Uniti e Gran Bretagna; a loro si unirono altri paesi, tra cui il Canada, la Nuova Zelanda, il Messico e il Brasile. L’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza) iniziò con un intenso bombardamento aereo su Baghdad e sulle altre città irachene, che prese di mira le sedi del comando politico e militare così come le strutture di comunicazione e industriali del paese. L’armata americano-britannica, penetrata nel paese dal sud e dal nord (dove si avvalse del sostegno dei curdi), si impose agevolmente sulla resistenza irachena, conquistando in pochi giorni gran parte delle città e assumendo nel contempo il controllo degli impianti petroliferi.

Il 9 aprile l’avanguardia militare statunitense entrò a Baghdad. Saddam Hussein si diede alla fuga, mentre il suo regime andava sgretolandosi e il paese precipitava nel caos. Da segnalare nel periodo successivo la devastazione del Museo Nazionale Iracheno, con il saccheggio o distruzione della maggior parte dei reperti inestimabili conservati. Il 21 aprile, gli Stati Uniti insediarono alla testa di un’autorità provvisoria (Coalition Provisional Authority, CPA) il generale Jay Garner, che fu sostituito l'11 maggio dall’ambasciatore Paul Bremer. Il 1 maggio il presidente statunitense Bush proclamò la fine della guerra. Il 22 maggio, su richiesta dello stesso Bush, il Consiglio di sicurezza dell’ONU pose fine alle sanzioni contro l’Iraq con la risoluzione n. 1483. A luglio venne instaurato un Consiglio interinale di governo, i cui posti chiave vennero assegnati a membri dell’opposizione rientrati dall’esilio e ai rappresentanti delle comunità curda e sciita.

Tuttavia, nei mesi seguenti la situazione irachena andò via via deteriorandosi. Le forze alleate incontrarono infatti una crescente resistenza, condotta da forze di origini e ispirazioni diverse (ex membri del regime, dei servizi segreti e del disciolto esercito; miliziani iracheni e stranieri più o meno legati ad al-Qāʿida; estremisti wahhabiti, salafisti e delle altre correnti della galassia radicale islamica). Queste lanciarono una strategia terroristica mirante a colpire gli occidentali, militari e civili, e gli iracheni loro alleati. In agosto, un commando terrorista colpì la stessa rappresentanza dell’ONU, uccidendo l’inviato speciale Sergio Vieira de Mello.

Tra i primi effetti della guerra e della caduta del regime, vi fu anche il risveglio delle tradizionali divisioni religiose e tribali tra la comunità sciita (maggioritaria ma emarginata durante il regime bathista) e quella sunnita. In entrambe le comunità crebbe comunque l’avversione contro l’occupazione militare e l’amministrazione straniera, anche a causa di grossolani errori e di eccessi compiuti dalla truppe della coalizione; a tale proposito, grave fu agli inizi del 2004 la crisi causata dalla diffusione delle immagini delle torture inflitte da alcuni militari americani ai detenuti del carcere di Abū Ghrayb, che sollevarono nel mondo una generale riprovazione.

Di fronte alle difficoltà e allo stillicidio di caduti tra le file della coalizione, gli Stati Uniti si rivolsero nuovamente all’ONU e alla comunità internazionale, chiedendo collaborazione. Nell'ottobre 2003, con la risoluzione 1511, l’ONU riprendeva un ruolo centrale nella crisi irachena; autorizzando la presenza della forza multinazionale in Iraq, fissava tuttavia un piano rivolto all’elezione di un Parlamento e alla costituzione di un governo, cui sarebbe stata trasferita la sovranità entro il mese di giugno del 2004. A dicembre, le forze americane catturarono Saddam Hussein nei pressi di Tikrit, la sua città natale. Condannato dal tribunale speciale iracheno (per i crimini del regime Baʿth - costituito il 10 dicembre 2003) dopo un processo iniziato, verrà impiccato il 30 dicembre 2006.

[modifica] Il nuovo governo (2004-2008)

Nel marzo 2004, il Consiglio interinale di governo raggiunse un accordo su una "legge di transizione", che avrebbe dovuto accompagnare il paese nel delicato processo del passaggio dei poteri all’amministrazione civile nazionale.

Nello stesso mese scoppiò il conflitto all’interno della comunità sciita, una cui ala radicale minacciò di unirsi ai sunniti, insorti in diverse città del centro del paese e soprattutto a Fallūja.

L’8 giugno il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 1546, avviò la fase di passaggio della sovranità dall’amministrazione militare a un nuovo governo provvisorio iracheno. Questo, risultato di una difficile ricerca dell’equilibrio tra le diverse comunità e soprattutto tra quelle sciita e curda, si insediò il 28 giugno. Alla sua guida venne nominato lo sciita Iyad Allawi, uomo di fiducia degli Stati Uniti, i quali conservarono larghi poteri, specialmente in materia di sicurezza. Il nuovo governo, il cui principale compito era quello di far svolgere nuove elezioni e di redigere la nuova carta costituzionale, si trovò di fronte a una difficile situazione.

Nella comunità sunnita, che svolgeva un ruolo pressoché marginale nel processo di transizione, si rafforzò intanto un’ala radicale, che intensificò la sua offensiva guerrigliera e terroristica, dirigendola contro le nuove istituzioni irachene e soprattutto contro le costituende forze di polizia. In Iraq si susseguirono così migliaia di mortali attentati e di atti di sabotaggio. La città di Najaf, uno dei principali santuari della guerriglia, venne stretta in un severo assedio dalle forze statunitensi e conquistata infine a novembre dopo diverse settimane di violentissimi combattimenti condotti casa per casa.

Il governo di transizione promulgò una legge, in sei articoli, sul terrorismo. Il terrorismo venne definito "ogni attività criminale compiuta da individui o gruppi contro individui, gruppi o organizzazioni; il causare danno a proprietà nazionali e private con l'obiettivo di minare la sicurezza, o alla società causando rivolte e disturbi tra la popolazione". Secondo la legge, che faceva presa sul senso dell'onore delle tribù e sul nazionalismo di una parte del Paese, "il terrorismo è considerato immorale e disonorevole".

In un clima di forte tensione, il 30 gennaio 2005 si svolsero le elezioni per eleggere il nuovo Parlamento. Sfidando le minacce della guerriglia, otto milioni e mezzo di iracheni si recarono tuttavia alle urne. Lo scrutinio segnò la rivincita degli sciiti e dei curdi, emarginati durante il regime bathista, sulla comunità sunnita, il cui elettorato in larga parte disertò le urne. L’Alleanza unita irachena sostenuta dall’ayatollah Ali al-Sistani, principale forza degli sciiti, ottenne infatti il 48% dei suffragi, seguita dall’Alleanza curda con il 26%. Uscì sconfitto dalle elezioni, penalizzato dai suoi stretti legami con gli Stati Uniti, il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, la cui lista ottenne solo il 14% dei voti.

Agli inizi di aprile Jalal Talabani, capo dell’Unione Patriottica del Kurdistan, venne eletto alla presidenza del paese. Essendo il presidente curdo, i due vice-presidenti sono una sunnita e l'altro sciita. Alla fine del mese, dopo difficili trattative estese anche alla comunità sunnita nel tentativo di coinvolgerla nel processo di transizione, si insediò il nuovo governo, alla cui guida fu nominato il leader dell’Alleanza unita irachena, lo sciita Ibrāhīm al-Jaʿfarī.

In ottobre, con un referendum disertato dalla comunità sunnita, venne approvata una nuova Costituzione. Nello stesso mese prese avvio il processo contro Saddam Hussein, accusato di crimini contro l’umanità, e che verrà giudicato colpevole e impiccato.

Le elezioni legislative del 15 dicembre 2005 si concludono con la vittoria dell’Alleanza unita irachena, che tuttavia si ferma al 41% dei suffragi mancando la maggioranza assoluta (128 seggi su 275). L’Alleanza democratica e patriottica del Kurdistan ottiene il 21,7% dei voti e 53 seggi. Al terzo posto si piazza il Partito degli iracheni con il 15% dei voti e 44 seggi. Scarsa è la partecipazione alle elezioni della comunità sciita, in seno alla quale è forte l’influenza delle formazioni di resistenza armata al nuovo governo.

Nonostante le pressioni statunitensi e britanniche, la costituzione del nuovo governo viene più volte rimandata a causa dei disaccordi tra le varie forze politiche. Il governo si forma finalmente in ..., sotto la guida dello sciita Nuri Kàmil al-Màliki, anche conosciuto come Jawād al-Mālikī.

Nei primi mesi del 2006 si rafforzano le attività guerrigliere contro le forze d’occupazione e si intensifica lo scontro tra le comunità sciita e sunnita, con diversi attentati a moschee che provocano la morte di centinaia di persone. Tragico è il bilancio dei tre anni di conflitto. I morti iracheni ammontano a diverse decine di migliaia (più di 100.000, secondo alcune fonti); pesanti sono anche le perdite delle forze di coalizione, le più elevate quelle delle degli Stati Uniti, con più di 3400 morti e migliaia di feriti (a fine 2007). Le ricercate armi di distruzione di massa non furono mai trovate, mentre sia un primo rapporto CIA (Central Intelligence Agency) del 2002, desecretato e pubblicato nel 2008 dichiara che non vi era alcuna collaborazione tra il regime Iracheno e l'organizzazione terroristica di al-Qa'ida. Secondo il programma alimentare delle Nazioni Unite il governo succeduto alla guerra non è stato in grado di apportare significati miglioramenti alle condizioni di vita dei bambini iracheni. Secondo lo studio dell'ONU le condizioni si possono definire peggiori a quelle precedenti alla guerra. Durante il regime di Saddam Hussein i bambini almeno avevano accesso al programma internazionale di aiuti umanitari.
Secondo alcuni fonti diplomatiche irachene, malgrado alcuni attentati non più costanti e continui come una volta, la sicurezza e la stabilità in Iraq sarebbe migliorata del 75% dal luglio del 2007.

[1]

La nuova strategia politico-militare ha mirato a coinvolgere i sunniti nel nuovo regime politico, isolando gradualmente i bathisti più compromessi (e quindi irriducibili) e i "qa'idisti".

[modifica] Ordinamento dello stato

Secondo la costituzione del 2005, l'Iraq è una repubblica parlamentare, federale, democratica, islamica. L'esigenza di un equilibrio tra le comunità si è riflessa nell'ordinamento del potere esecutivo, diviso fra tre cariche:

Ciascuno di questi è affiancato da due vice, che appartengono alle altre due comunità.

Il potere legislativo è attribuito al Parlamento ( ), composto da 275 eletti su base ... .

[modifica] Rivendicazioni territoriali

La rivendicazione del Khuzistan, popolato da arabi, scatenò la guerra Iran-Iraq. La rivendicazione del Kuwait come 19° provincia scatenò la guerra del Golfo. Altri potenziali conflitti con l'Arabia Saudita su aree desertiche di confine potenzialmente petrolifere furono invece appianati molti anni fa con l'erezione di zone neutrali.

[modifica] Suddivisioni amministrative

L'Iraq è suddiviso in 18 province dal 1976. Dal 2005 è prevista l'istituzione di regioni (su base etnico-religiosa); tuttavia l'unica istituita è il Kurdistan, e solo sulle province 15, 16 e 18, mentre i curdi rivendicano anche le province 14 e 17 in contrasto con sunniti e turcomanni. Le province da 4 a 12 dovrebbero far parte della regione sciita, ma gli sciiti sono in contrasto con i sunniti sul controllo della capitale.

Province dell'Iraq (numerate)
  1. Bagdad (بغداد)
  2. Salah ad-Din (صلاح الدين)
  3. Diyala (ديالى)
  4. Wasit (واسط)
  5. Maysan (ميسان)
  6. Al-Basra (البصرة)
  7. Dhi Qar (ذي قار)
  8. Al-Muthanna (المثنى)
  9. Al-Qadisiyya (القادسية)
  10. Babil (بابل)
  11. Karbala (كربلاء)
  12. An-Najaf (النجف)
  13. Al-Anbâr (الأنبار)
  14. Ninawa (نينوى)
  15. Dahuk (دهوك)
  16. Arbil (اربيل)
  17. Kirkûk (At-Tâ'mîm) (كركوك)
  18. As-Sulaymaniya (السليمانية)

[modifica] Città principali

Baghdad (la capitale), Baqubah, Basra, Falluja, Karbala, Kirkuk, Mosul, Najaf, Nasiriya, Samarra .

[modifica] Istituzioni

  • Ordinamento scolastico
  • Sistema sanitario
  • Forze armate

[modifica] Politica

Per approfondire, vedi le voci Politica dell'Iraq e Elezioni in Iraq.

Il 15 dicembre 2005 si svolsero le elezioni per il Parlamento (i dati ufficiali sono stati resi noti il 20 gennaio 2006) che vedono vincere il partito sciita dell'Alleanza Irachena Unita (128 seggi su 275 in totale), seguito dal partito curdo Coalizione del Kurdistan (53 seggi). Al terzo posto il partito che vede riuniti i tre principali gruppi politici sunniti Fronte dell'Accordo (Tawaffuq) Iracheno (44 seggi). Altri seggi vanno a Lista Nazionale Irachena (25 s.) Fronte Nazionale del Dialogo (11), Unione Islamica Curda (5), Blocco della Riconciliazione e Liberazione (3), Risāliyyūn (2), Partito Patriottico Rāfidayn[2] (1), Fronte dell'Iraq Turkmeno (1), Mithal al-Alusi (1), Movimento Yazidi (1).

[modifica] Economia

Per approfondire, vedi la voce Economia dell'Iraq.

L'economia dell'Iraq si basa fortemente sull'esportazione di petrolio (nazionalizzato nel 1972) che comprende i 2/3 delle esportazioni; queste però non bastano a equilibrare la bilancia commerciale.

L'agricoltura è tradizionalmente assai sviluppata, grazie all'abbondanza d'acqua, anche se strategicamente condizionata dalle decisioni della Turchia (GAP: Progetto per l'Anatolia Sud-orientale), che controlla l'alto corso del Tigri e dell'Eufrate.

L'industria, comunque non particolarmente sviluppata, ha subito i maggiori danni dai conflitti bellici.

Il turismo, soprattutto culturale e archeologico, è stato virtualmente azzerato dai continui conflitti bellici.

I mercati cittadini, e la negoziazione del prezzo dei beni, sono la forma comune di commercio.

[modifica] Cultura

Per approfondire, vedi la voce Cultura dell'Iraq.

Negli ultimi mille anni, tutto ciò che ora si considera iracheno deriva in realtà da cinque aree culturali:

  • culture curda nel nord, con centro ad Arbil;
  • cultura degli arabi musulmani sunniti nella regione centrale attorno a Baghdad;
  • cultura degli arabi musulmani sciiti nel sud, con centro a Bassora;
  • cultura assira, prevalentemente cristiana, sparsa in varie città del nord;
  • cultura degli arabi della palude, detti Madhan, un popolo nomade che vive nelle terre paludose del fiume centrale.

[modifica] Musica

L'Iraq è musicalmente conosciuto soprattutto per uno strumento chiamato ˁūd (liuto) e per il rabāb (simile ad un violino); i più noti musicisti che utilizzano questi strumenti sono rispettivamente Ahmad Mukhtār e l'assiro Munīr Bashīr. Fino alla caduta di Saddam Hussein, l'emittente radiofonica più popolare era la Voce della Gioventù. Trasmetteva un mix di rock occidentale, hip hop e musica pop, tutto importato attraverso il Giordano a causa delle sanzioni economiche internazionali. Tra i più popolari vi erano soprattutto i Corrs e i Westlife. L'Iraq produsse inoltre un'importante pop star pan-araba, ora in esilio: Kazem al-Saher, le cui canzoni includono "Ladghat E-Hayya", vietata per il tenore dei suoi testi.

[modifica] Note

  1. ^ Onu: bambini in Iraq, meglio con Saddam. La Repubblica, 17-7-2007. URL consultato il 17-07-2007.
  2. ^ Il termine, un duale arabo è usato per indicare congiuntamente i fiumi Tigri ed Eufrate.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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